L’Amaranto: buono e poco conosciuto

Nei suoi territori d’origine, era definito dagli Aztechi come “il misterioso grano” o “il grano degli Dei”; i semi erano conosciuti per le alte qualità nutrizionali ed energetiche.

L’amaranto è una pianta originaria del Centro America, alimento fondamentale per gli Aztechi e gli Incas. Da tempo dimenticato, è stato “riscoperto” in USA negli anni ’60, ma è coltivato anche in altre zone del mondo. Se ne mangiano i chicchi e l e foglie.

Ma non è un cereale: non facendo parte delle Graminacee non è un cereale, come non lo sono grano saraceno, quinoa e manioca. Ricco di proteine, fino al 16%, con elevato valore biologico contenendo, rispetto ai cereali, il doppio di lisina, amminoacido essenziale di cui sono carenti quasi tutti i cereali. Ha un elevato contenuto di calcio, di fosforo, di magnesio e di ferro. Grazie inoltre all’elevato contenuto di fibre, ha un effetto positivo sulla digestione e sul ricambio. Essendo privo di glutine è indicato per l’alimentazione di chi è affetto da morbo celiaco, e per le sue caratteristiche è indicato per l’alimentazione dei bambini nel periodo dello svezzamento.

Come si cucina? E’ perfetto abbinato a zuppe con legumi (per esempio le lenticchie) e per torte salate o polpette. Provare per credere.

La cottura base prevede tre parti di acqua per una parte di amaranto e una cottura di circa 30 minuti.

(fonte: Wikipedia)

Buon appetito!

Buon_appetitoAugurare buon appetito non è solo un banale modo per iniziare un pasto in compagnia. Questa semplice formula, comune a quasi tutte le civiltà e le lingue del mondo, racchiude molte sfumature, come spiega Massimo Montanari in un interessante articolo pubblicato a pagina 11 del numero di dicembre di Consumatori, il mensile della Coop.

Docente di Storia Medievale e Storia dell’Alimentazione, Massimo Montanari parte dal significato semantico di buon appetito, che non significa “mangiare molto” ma “mangiare bene“: “un appetito buono, un rapporto cordiale con il corpo e un’amorevole attenzione ai segnali che esso ci manda”.

Il termine appetito deriva infatti dal latino ad-petere e “significa il desiderio, l’essere attratti da qualcosa”. E’, quindi, qualcosa di più della fame, che ci garantisce la sopravvivenza. “E’ qualcosa – spiega nel suo articolo  il professor Montanari – di meno e di più importante. Meno, perché l’appetito non ci obbliga a mangiare, ma garbatamente ci invita. Più, perché introduce l’elemento del piacere e della discrezione (nel senso letterale di “scegliere”) rielaborando in senso culturale l’istinto della fame. Perciò l’appetito è un lusso, che non tutti, e non sempre, si possono permettere. Augurare buon appetito è come dire: spero che la tua fame non sia tale da impedirti un rapporto cordiale e piacevole con il cibo. Augurare buon appetito è un gesto gentile, affettuoso. Non perdiamolo”.

Una parte dell’articolo è dedicato ai diversi modi in cui le diverse lingue del mondo declinano questo augurio: si va dal francese Bon appétit! al tedesco Guten Appetit! al portoghese Bom apetite! che introducono al pasto, passando per ilQue aproveche! degli spagnoli, che corrisponde al nostro buon pro ti faccia. Mentre gli inglesi invitano a “godere” del pasto con Enjoy your meal! ( o semplicemente Enjoy!).

Il nostro 2012

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2012 per questo blog.

Ecco un estratto:

600 people reached the top of Mt. Everest in 2012. This blog got about 2.400 views in 2012. If every person who reached the top of Mt. Everest viewed this blog, it would have taken 4 years to get that many views.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Viaggi in aereo? Patate sì, broccoli no

Per coloro che si stanno preparando a viaggiare in aereo,  Singapore Airlines ha raccolto una serie di indicazioni sui cibi da scegliere per arrivare a destinazione nelle migliori condizioni, specialmente se il volo è di lunga durata. Lo riferisce il sito eGlobal Travel Media.

Fatica, jetlag, gonfiori e disagi si possono, se non eliminare, almeno ridurre togliendo dalla propria dieta alcuni cibi fin dai giorni precedenti la partenza e scegliendo le portate “giuste” dal vassoio fornito in quota.

In volo è sempre meglio privilegiare un pasto leggero, che ci lasci con un po’ di appetito: in questo modo diminuisce l’eventualità di soffrire di jet lag. Meglio rifarsi con un piatto ricco di proteine all’arrivo, soprattutto se si ha bisogno di energia per essere attivi e abituarsi più rapidamente alla differenza di fuso orario.

Banditi tutti i fritti, gli snack salati e, in generale, tutto ciò che rallenta la digestione e provoca gonfiore, incluso il pane. Quindi no a fagioli, broccoli e pesche, mentre alcune spezie, come zenzero e curry, possono aiutare a migliorare la digestione e diminuire il senso di nausea di chi soffre di mal di viaggio (travel sickness).

Patate, bollite o al vapore, ananas e banane saziano e hanno effetto antiacido, mentre i cereali integrali  contengono vitamina B, che riduce gli effetti dello stress, così come il sedano.

In volo è poi importante bere molto per limitare la disidratazione: acqua, succhi di frutta e té verde sono da preferire agli alcolici e alle bevande gassate. Con una eccezione: il ginger ale, che contiene zenzero e riduce la nausea. Ma è sufficiente lasciarlo  qualche minuto nel bicchiere prima di berlo per ridurre la quantità di bollicine.

Il libro degli ingredienti

(questo testo è tratto dalla rivista Altroconsumo n. 261 Luglio-Agosto 2012)

La legge non prevede che i prodotti alimentari venduti sfusi nei bar riportino la data di scadenza, esattamente come per il prosciutto affettato in salumeria o al banco del super. Gli ingredienti però devono essere resi noti con un cartello: nei bar e nelle tavole calde deve essere esposto o sui recipienti che contengono, per esempio, i panini oappeso nei comparti in cui questi sono esposti. Oltre agli ingredienti, il cartello deve contenere la denominazione di vendita , cioè il nome del prodotto (per esempio “panino al salame”). Nelle gelaterie, pasticcerie, gastronomie e nei panifici l’elenco degli ingredienti può essere riportato anche su un unico libro, che deve essere tenuto in vista e a disposizione di chi compra.

“Piri piri” o “pili pili”?

ImmagineOriginario del  Madagascar, il peperoncino “”pili pili” o “piri piri” (entrambe sono accettate) non va confuso con quello di provenienza centroamericana, più grande e carnoso. Nell’isola delle spezie è l’ingrediente di una salsa a base di olio utilizzata come condimento per verdure, carne e pesce.

E’ un sapore adatto a palati robusti, ed è piuttosto difficile da dosare perché  la sua forza necessita di un dosaggio attento.

Ma, come dice Edith Jaomazawa, importatrice di spezie nata in Madagascar e torinese di adozione: “Chi scopre come domare il fuoco del Pili Pili del Madagascar lo farà diventare un elemento insotituibile per rinnovare piatti tradizionali e per scoprire nuove ricette“.

Il capsicum frutescens – questo il suo nome scientifico – deve essere maneggiato con cura, usando i guanti, perché nei semi è contenuta la capsaicina, una sostanza irritante per le mucose.

(Si ringraziano Sa.Va. Import ed Edith Jaomazava per le informazioni)

Tutti i premi dell’olio

Il delizioso olio biologico dell’Azienda Agricola La Quagliera di Spoltore, in Abruzzo, ha conquistato due premi prestigiosi.

In occasione di Lorolio ha infatti sbaragliato oltre 100 oli in concorso, conquistando l’alloro di migliore olio abruzzese nella categoria extravergine.

Ha conquistato invece un attestato di distinzione al concorso  L’orciolo d’oro una delle più importanti manifestazioni olearie nazionali.

Per chi vuole saperne di più basta un clic sulle pagine dell’oliveto e dell’olio. Se volete gustarlo anche a Torino venite a trovarci! (per esempio è fantastico sui ceci con un pizzico di pepe macinato al momento).

Questi premi si aggiungono ai riconoscimenti dià conquistati dal monocultivar Dritta e dal monocultivar Cucco, che hanno superato le selezioni per essere inseriti nel sito internet “Monocultivaroliveoil” che descrive i migliori oli monocultivar del mondo.

Il monocultivar Cucco è citato inoltre nelle guide del Gambero Rosso 2011 e 2012 “Oli d’Italia” dove è contraddistinto dalle “tre foglie”, la massima valutazione conseguita da appena 74 oli in tutta Italia; è presente nella “Guida agli oli extravergini d’Italia 2012 di Slow Food” e in Marco Oreggia FlosOlei 2012.