Couscous dolce

couscous dolce by adagug
couscous dolce, a photo by adagug on Flickr.

potevamo lasciarvi senza mandorle, pistacchi, uvetta, canditi e miele??? Certo che no! Per farveli gustare tutti insieme li abbiamo fatti sposare con il couscous “incocciato” a mano e aromatizzato con arancia e limone…

FOOD REVOLUTION DAY!

450 città, 41 nazioni, 330 eventi pubblici, 358 cene a tema: sono i numeri (in progress) del Food Revolution Day, in programma il 19 maggio 2012 in tutto il mondo. Una giornata dedicata al buon cibo, un’idea nata tra i fornelli e i libri dello chef e conduttore televisivo anglosassone Jamie Oliver.

Che cosa è il Food Revolution Day?
Un progetto che vuole coinvolgere genitori e bimbi per educare a un nuovo e più sano rapporto con il cibo, perché la crescita di ogni individuo passa proprio attraverso ciò che si mangia (grazie alla Foodsitter® e Ambassador torinese Marcela Senise per la definizione!).
Il motto Stand up for real food è un invito a riscoprire il cibo vero, semplice, genuino e naturale.
Food Revolution Soup
Noi siamo sempre un po’ Food Revolution ma per l’occasione avremo una speciale Food Revolution Soup “tricolore” con orzo, piselli, lenticchie e tante buone e fresche verdurine.
Perché questa zuppa?
Perché l’orzo è “rinfrescante” dicevano le nonne, cereale buono tutto l’anno ma perfetto in primavera, è ricco di fibre,ha un basso valore glicemico (anche per chi è a dieta, quindi) ed è particolarmente adatto per gli anziani e i bambini.
Perché le lenticchie sono tra i legumi più ricchi di proteine, ferro, calcio, fosforo e vitamine B e sono molto energetiche.
Perchè i piselli sono nel pieno della stagione, e si usa tutto, anche i baccelli per preparare stuzzicanti brodi vegetali: un piccolo messaggio di sostenibilità e di rispetto per l’ambiente e contro tutti gli sprechi!
A Torino sono tre gli appuntamenti organizzati dalla vulcanica Foodsitter® e Ambassador torinese Marcela Senise.
Per saperne di più e per partecipare agli eventi: il sito ufficiale www.foodrevolutionday.com e il diario di tutti gli eventi torinesi su Mangiachetifabenebimbo

Il couscous sanvitese è il più buono del mondo?

Il couscous che non conosci, spiegato dallo Chef Kumalè  nella rubrica Pappamondo di TorinoSette
Chef Kumalé

Couscous: le curiosità

Quando in Sicilia si mangia couscous si dice che “non bisogna bere acqua perché la semola gonfia lo stomaco” e si sente spesso esclamare: “sugnu appanzatu: manciai cuscusu!” (“sono appesantito, ho mangiato couscous!”). (dal libro di Clra Salvo, I sapori del couscous. Storia, tradizioni, ricette, Coppola Editore, 2011).In realtà secondo alcuni si ritiene che il couscous faccia “pulizia” nell’intestino: per questo veniva offerto ai bambini e agli ammalati.

Il termine incocciatura indica la lunga e meticolosa preparazione del couscous, ma, secondo il Dizionario Etimologico Zanichelli, derivando dal verbo incocciare, significa “infilare il gancio di un cavo in un anello” opure “incontrare o urtare qualcuno o qualcosa”. Tuttavia nel Settecento il termine era sinonimo di “ostinarsi, incaponirsi”. E probabilmente la lunga preparazione del couscous richiedeva una certa “ostinazione” nel continuare a rigirare la semola. L’Accademia Italiana della Cucina spiega in questa ricetta come si prepara il couscous.

Paese che vai, couscous che trovi. Al couscous dedica un voce  l’Enciclopedia Britannica,  segnalando che “può essere consumato anche come dolce con frutta e latte, oppure per colazione come porridge”.

Anche Pellegrino Artusi riporta una ricetta del Cuscussù ebraico, preceduto da questa breve introduzione: “Il Cuscussù è un piatto di origine araba che i discendenti di Mosè e di Giacobbe hanno, nelle loro peregrinazioni, portato in giro pei mondo, ma chi sa quante e quali modificazioni avrà subite dal tempo e dal lungo cammino percorso. Ora è usato in Italia per minestra dagli israeliti, due de’ quali ebbero la gentilezza di farmelo assaggiare e di farmi vedere come si manipola. Io poi l’ho rifatto nella mia cucina per prova, quindi della sua legittimità garantisco; ma non garantisco di farvelo ben capire“.

La versatilità del couscous trova il proprio palcoscenico ogni anno a San Vito Lo Capo, dove chef da tutto il mondo si sfidano durante il Cous Cous Fest, nel 2012 in programma dal 25 al 30 settembre.

Couscous: la storia, tra sapori e magia

dal 16 al 21 aprile a TorinoLe informazioni sono tratte dal volume di Clara Salvo I sapori del couscous, Coppola Editore, 2011.

“La parola couscous (dall’arabo classico kuskus e dal dialetto marocchino seksu) si rifersice sia alla semola ricavata dal grano duro, sia al piatto popolare di cui la semola è l’ingrediente principale. Alcuni eruditi affermano che la parola sia onomatopeica, un’imitazione del suolo dello scorrere veloce dei granelli di semola che rotolan ofra il palmo della mano e i polpastrelli durante la preparazione. Altri, fra cui lo storico degli alimenti Clifford Wright, sostengono che possa derivare da kaskasah, che in arabo classico significa “macinare, tritare”.

Le origini del piatto sono ancora meno definite. Gli storici sono divisi sulla sua esatta origine. Alcuni sostengono che, come per la pasta, potrebbe provenire dalla Cina, altri dall’Africa dell’Est, ma la tesi più diffusa e più plausibile è quella della comparsa del couscous nell’Africa del Nord, dove scavi archeologici hanno rivelato la presenza di utensili di cucina risalenti al IX secolo somiglianti fortemente al principale utensile di cottura del couscous: il couscoussier.

La diffusione del couscous segue le conquiste arabo-musulmane a partire dal VII secolo e viene accelerata dal successivo sviluppo commerciale e dall’intensificazione delle colture di grano.

In tal modo fu esportato in Africa sub-sahariana, in Andalusia e nel bacino del Mediterraneo.

Secondo gli studi monumentali di Zirid, di Hafsid e degli storici Hady Roger Idris e Robert Brunschvig, la Tunisia conosce il couscous almeno a partire dal XII secolo. Non esistono testimonianze storiche precedenti. (…)

Al-Maqqari, un’autorità per la storia letteraria della Spagna musulmana, riporta un racconto del XVsecolo di un uomo che a Damasco aiuta un magrebino ammalato: in sogno il Profeta gli suggerisce di alimentare l’ammalato con il kouskoussoun.

Negli scritti di Ibn Fadlallah del XV secolo, si legge infine l’ammirata descrizione di un “magico piatto di couscous” accompagnato con burro fuso, manzo e cavolo, preparato dai tunisini pellegrini a La Mecca.

Fra gli algerini il couscous è denominato ta’ham, parola che nella cultura musulmana significa semplicemente “cibo”. Per i nordaficani il couscous fa parte di un’dentità culturale ed è al contempo cibo cerimoniale e nutrimento quotidiano.

Fra la gente del Maghreb assume anche valenza religiosa e simbolica. Molti credono che porti la benedizione divina su coloro che lo mangiano e la sua preparazione è d’obbligo nelle occasioni religiose. Le mogli superstiziose credono di potersi assicurare la fedeltà del marito durante l’anno, servendogli un couscous che cela pezzetti teneri di agnello.

La preparazione e il consumo sono eventi che rivestono quasi sempre rilevanza sociale. Le donne di una famiglia allargata preparano insieme, generalmente due o tre volte all’anno, i grani del couscous, incocciando a ogni seduta uno o due sacchi da cinquanta chilogrami di semola. Malgrado il duro lavoro necessario, la sua preparazione avviene sempre in un clima di festa. E’ il momento in cui le donne si scambiano notizie sulla famiglia, si raccontano storie e si fanno scherzi, ascotano musica e ballano. Alla più giovane del gruppo è affidata, per tradizione, la preparazione del caffé, del tè e dei m’semmen, pasticcini fritti di semola e farina cosparsi con il miele.,

Nonostante sia piatto comune a tutti i paesi del Maghreb, le ricette variano da regione a regione, con sfaccettature quasi illimitate al metodo di preparazione e alla gamma ristretta di ingredienti.”

Per chi ama scrivere … di gusto!

Scrittura e cucina. Come farli sposare con i nuovi media? L’Accademia Telematica Europea presenta l’innovativo corso Food writing: scrittura e cucina, ovvero come trasformare una passione in business. Dal food blogging al giornalismo enogastronomico.

Il corso, assolutamente innovativo e unico nel panorama nazionale, forma un professionista capace di operare nel settore della comunicazione enogastronomica, una professione estremamente redditizia e sempre più richiesta. La proposta è un percorso informativo dedicato alle problematiche della scrittura specialistica, per fornire una serie di nozioni di base per padroneggiare il mondo del food. Il corso è rivolto non solo a chi punta alla professione giornalistica sulla carta stampata, radio, televisione, web, ma anche a chi fa della gastronomia il proprio mestiere e desidera ampliare i suoi orizzonti comunicativi e di immagine.

Il corso prevede lezioni teoriche e pratiche per migliorare lo stile di scrittura, imparare a fotografare e ottimizzare la propria presenza in rete.

In cucina vince la scienza dei coltelli

Ecco, il fatto di sapere come e perché funzionano le cose non toglie nulla alla loro poesia mentre ne permette un uso corretto e, alla fine, un uso più bello”.

Scoprite la scienza dei coltelli in cucina in questo interessante post del neonato Italian Food Writing.

Ecco un piccolo assaggio: come tagliare una cipolla secondo Gordon Ramsey